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A furia di “bazzicare” i Balcani ho assorbito la loro naturale attitudine: "produco più storia di quanto sono in grado di consumarne”.
Chi  mi conosce sa quanto io mi sia  spesa per la causa di Srebrenica in questi dieci anni,  per raccontare quel luogo e quel Genocidio e per comunicarlo a chi ancora non lo conosce.
La madre di questo viaggio è il mio monologo teatrale, che è poi una testimonianza A come Srebrenica, racconto dell’assedio alla città e del massacro finale nel luglio del 1995. Poi si sono state tante repliche, oltre 400, tanta voglia di farle, anche nei luoghi più disparati e insoliti. Tanti viaggi, tanti miei ritorni a Srebrenica e più in generale in Bosnia – Erzegovina. Un andirivieni incessante e un desiderio nel 2005 in occasione del decennale del Genocidio, di produrre un documentario-reportage Souvenir Srebrenica, il racconto di chi è tornato oggi a vivere a Srebrenica, come  naturale evoluzione del mio monologo teatrale.
Verso  quelle geografie c’è per me ormai un richiamo che mi porta a spingermi verso Est e viaggiare, come ben si sa, il viaggio non è solo una condizione legata allo spostamento nello spazio, ma è un condizione dell’anima, Srebrenica è un luogo dello spirito, perché ciò che lì si è consumato in modo feroce ed efferato, e come cittadini europei e come esseri umani abbiamo il dovere di “porvi rimedio”.

Nel 2007 è nata la collaborazione con l’Ufficio della Cooperazione italiana-sede di Sarajevo  e contestualmente è scaturita in me la volontà e il desiderio di raccontare quegli stessi luoghi, ma in un tempo legato alla felicità, per ricomporre il paesaggio  e la quotidianità  precedenti al conflitto.
Per passare dalla vita alla morte e occuparsi dei vivi.
Con il sostegno della Cooperazione Italiana e della Fondazione Alexander Langer di Bolzano ho condotto una ricerca concretizzatasi in cinquanta interviste, ho raccolto memorie di feste condivise prima della guerra. Al momento le testimonianze hanno per titolo Il Tempo della Festa e si tratta di una lettura scenica musicale da me recitata con l’accompagnamento della Maxmaber Orkestar di Trieste, portata in scena con grande emozione e partecipazione di pubblico il 28 agosto 2008 sul palco della Dom Kulture di Srebrenica.

Nel  2008 ho messo a disposizione dell’Ufficio della Cooperazione italiana a Sarajevo la mia esperienza diretta sul campo  partecipando come esperta alla scrittura del Progetto pilota a sostegno della Comunicazione per lo sviluppo sociale e culturale in Bosnia – Erzegovina. Il progetto è stato approvato dal Ministero degli Affari Esteri italiano e dopo avere lavorato al piano operativo insieme a Mersiha Behlulovic’ e Michele Biava (assunti dall’Ufficio Cooperazione di Sarajevo) verrà attuato  sviluppandosi  per  tutto il 2009.
Sono stata nominata responsabile dell’iniziativa e tra le prime azioni previste c’è l’apertura a Srebrenica di un Ufficio della Cooperazione italiana, a seguire saranno promossi corsi di formazione per giovani e donne, potenziate e supportate  le attività delle Associazioni locali che favoriscono il dialogo e la difesa dei diritti umani e della pace. Offerte micro-iniziative culturali, migliorata la qualità degli eventi, cercando insomma  di “scioccare” positivamente il territorio e i cittadini che lo abitano, verranno favoriti gli scambi con l’Italia e individuata la sostenibilità del progetto sul il  futuro.

Tutto quello che faremo ha la  priorità e  la necessità di essere comunicato, per far uscire Srebrenica  dall’isolamento in cui è caduta e per valorizzare i segni positivi di ciò che accade in città e nei dintorni, per tenere lontani i nazionalismi e la follia dei puri, per prendere atto che il mondo è cambiato e che varrebbe la pena rendersene conto  per vivere in pace e in tolleranza nel rispetto dell’individuo e  delle diversità altrui.
L’idea di andare a trasformare culturalmente in modo diffuso Srebrenica, lavorando in concreto sul territorio e con le persone che lo abitano, all’interno di un contesto di relazioni fatte di tante ferite è ancora oggi, a 14 anni dalla fine della guerra, un atto necessario.
Come artista questa avventura mi esalta e mi emoziona, a dire la verità un po’ anche mi spaventa, passare dal raccontare con il cuore una vicenda storica osservata  alla pratica di azioni concrete è come avere in mano per tanto tempo tempo della farina e poi finalmente una pagnotta di pane. Vado a mettere proprio le mani in pasta, e spero di esserne all’altezza e di lavorare nel rispetto del dolore di tutti.
Di mettere a disposizione quella che è la mia capacità organizzativa e comunicativa  per migliorare le condizioni di vita di quel luogo.
Andare a Srebrenica per quest’anno è per me un desiderio che si realizza e l’idea di “stabilirmi”  lì mi rafforza, via da un’Italia che a guardarla oggi mi dà i brividi, che toglie il fiato, perché la crisi in cui si è precipitati non è solo economica, ma è anche, e principalmente interiore, emigrare in questo luogo dell’anima per me è confortante, è un’opportunità per meglio poter imparare a “riconoscere in mezzo all’inferno ciò che non è inferno…”
Ecco, ora più che mai mi sento davvero un’attrice, nel senso più forte del termine, nel senso di colei che agisce…
Se siete viaggiatori e non turisti venite fino a Srebrenica.

Roberta Biagiarelli, 10 febbario 2009

“Le persone s’instupidiscono all’ingrosso  e rinsaviscono al dettaglio. Perciò amo il particolare”
(Wislawa Szymborska)