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Falluja

di Francesco Niccolini
con Roberta Biagiarelli
regia Sandro Fabiani
collaborazione di Simona Torretta
elaborazione video fondali Associazione Lithos19

in collaborazione con
La corte Ospitale     Viva Festival Non Violenza e Territorio

Una donna vestita di nero
La donna racconta di una sera imprecisata di alcuni anni fa.
Una sera qualunque di come si vive e si muore a Falluja, Iraq, 50 chilometri da Baghdad.
Un blindato con quattro marines a bordo: una normale azione di pattugliamento.
Normale, se non accadesse l'imprevisto che scatena l'incubo, sangue, morte e una notte tragica. Eppure una notte e un incidente come ne accadono così tanti in Iraq che non merita neanche un articolo di giornale.
È la cronaca tutt'altro che eroica della lunga notte cui sono destinati una donna irachena, cieca, e un soldato americano, costretti ad attraversarla insieme.
Notte scabrosa, livida, surreale, eppure ormai inarrestabile: parole, preghiere, desideri, un tè d'acqua sporca, passioni, ricordi, rimpianti e una quantità di violenza smisurata, a portata di mano di un uomo e di una donna che, in condizioni di vita meno surreali, mai si macchierebbero delle azioni che si troveranno a compiere in questa notte, fino a un epilogo destinato a lasciare - in tutti - molto amaro in bocca. 

 
foto:Gianpaolo Fioravanzo

Nostalgia del ritorno
Venti agosto duemiladieci. Guardo con gli occhi spalancati immagini memorabili: le foto e i video dei soldati americani che lasciano l'Iraq.
Gli zaini fatti, le catene umane per passare i pacchi, le bandiere stelle e strisce ripiegate e messe via. I carri armati che se ne vanno, cieli azzurri e senza una nuvola, gli abbracci con i pochi (pochi? sono cinquantamila) che resteranno, si dice, ancora un anno. Le interviste a soldati sorridenti, quasi increduli e giovanissimi: “soldatini” mi viene sempre da chiamarli. Per l'esattezza “soldatini cari”, e il tono della mia voce si addolcisce e si abbassa: non per solidarietà o simpatia, tutt'altro, ma per pura pietà, perché li vedo cadaveri, ridotti a numero e busta nera, caduti sotto i colpi di un cecchino o saltati per aria sopra un ordigno improvvisato. E me ne dispiace: morti inutili per una guerra sbagliata e un'occupazione criminale, che doveva risanare le casse esangui di un imperatore dai giorni contati e che viceversa non ha fatto altro che spingere più rapidamente giù dal precipizio imperatore impero vassalli e valvassori.
Mi fanno pena, quei ragazzini dai capelli a spazzola: sono arrivati pensando che sarebbe stato divertente più di giocare con la playstation e hanno scoperto che si muore davvero, si resta mutilati, traumatizzati per sempre.
A oggi ne sono morti più di quattromila (e non sono per nulla convinto che i cinquantamila che resteranno altri dodici mesi torneranno tutti a casa sani e salvi): i morti sono più del doppio dei duemila caduti dell'11 settembre 2001 che sono all'origine del doppio inferno scatenato in Afghanistan e in Iraq dall'imperatore burattino, George W. Bush Jr.
E se dall'Iraq i marines se ne stanno andando con la coda tra le gambe lasciando in silenzio e in anticipo sul previsto un paese nell'anarchia e nel disastro, in Afghanistan stanno continuando a sprofondare esattamente come fecero i saldati sovietici dell'Armata Rossa: fu una delle ultime avvisaglie prima della caduta del socialismo reale, esattamente come questa nuova palude ha fatto da preludio alla fine di ogni illusione che un capitalismo liberista potesse reggere il mondo.
In tutto ciò, e regolarmente, dimentichiamo le vere vittime di queste due folli guerre: le popolazioni civili dei paesi invasi, occupati, bombardati e sottoposti a ogni tipo di sopruso e violenza, in nome di una loro non meglio chiarita 'liberazione'. Ecco, io ho dedicato una parte importante degli ultimi anni a raccontare qualcosa del disgraziatissimo popolo irakeno, spinto da Simona Torretta e dall'associazione Un ponte per, e – per periodi più o meno lunghi – con altri compagni di viaggio: i miei amici Roberto Aldorasi e Roberta Biagiarelli, il produttore e regista cinematografico Luca Arcopinto, la regista teatrale Rita Maffei con i suoi colleghi del CSS di Udine. Abbiamo realizzato un film documentario, uno spettacolo, un romanzo (breve, ma pur sempre un romanzo), e – a distanza di cinque anni da quando questa avventura è iniziata – Roberta, Simona ed io siamo ancora qui a cercare un modo di raccontare la storia di una notte a Falluja, la città resa tristemente celebre dall'uso delle bombe al fosforo da parte dei marines. Ci siamo intestarditi a raccontare una notte qualunque di questi ultimi sette anni, notti e anni nei quali, in Iraq, la differenza tra vivere e morire è stata assolutamente irrilevante (se eri iracheno) o casuale (se eri americano).
Prima di concludere, una precisazione: se a qualche spettatore venisse da domandarsi chi è il narratore di questa storia, che parla in terza persona di una donna cieca e in seconda persona di un marine, sappia che – per i capricci di un destino al quale non provo più a oppormi da molto tempo – quel narratore è, come la chiama Tadeusz Kantor, una grande attrice: la Morte.

Francesco Niccolini


disegni dell’artista iracheno: Mohammed Ghani
 
Ricordare Falluja…
Sono passati quasi sei anni dal clamore della vicenda di Falluja. Forse pochi ricordano ancora bene che in quella città, in sole poche settimane, sono morti centinaia di civili, sono state negate le più elementari azioni di aiuto umanitario, sono state utilizzate armi non convenzionali, è stata compiuta una delle più atroci operazioni militari, dai più considerata come la Guernica del ventunesimo secolo. A distanza di anni, torniamo a parlare di Falluja, grazie anche alla volontà dell’associazione “Un ponte per” e del Teatro Stabile e d’Innovazione del Friuli Venezia Giulia (CSS di Udine), che hanno creduto fin dall’inizio in questo progetto, mettendo a disposizione risorse umane e finanziare per la sua realizzazione e produzione. Torniamo a parlare di Falluja in un modo meno convenzionale e cronachistico, affidandoci allo spazio privilegiato di un teatro, alla narrazione di una sola voce, il cui solo scopo è quello di comunicare una storia che come tante altre sarà presto archiviata nella memoria del passato, come se non fosse accaduto nulla. La storia non ci dice e racconta tutto. I soldati statunitensi stanno lasciando l’Iraq, eppure la guerra non è ancora finita. A Falluja, a distanza di sei anni, cominciano ad apparire i primi segni di distensione frutto di molte negoziazioni e compromessi politici e militari, ma anche il prezzo di quella guerra, la sua eredità stampata sul futuro delle persone, che mette al mondo bambini deformi, malati di tumori e con poche possibilità di sopravvivenza. Oggi si sente spesso dire che le guerre non si vincono e non si perdono, si fanno, punto e basta. Perché? È un modo antico e barbaro di occupare altri paesi, di depredarne le risorse, di saccheggiarne i tesori e di sfigurare i territori. Niente di nuovo, lo sappiamo, lo abbiamo già visto. Ma se niente cambia, perché uno spettacolo teatrale? Forse per provare a riconsegnare alla storia quel senso di umanità che sembra perduta. Ringrazio Francesco Niccolini e Roberta Biagiarelli per l’impegno e la temerarietà con cui hanno lavorato a questo progetto.
Simona Torretta

Preghiera laica
Da oltre dieci anni mi occupo di un teatro che racconta di storie e geografie: prima Srebrenica, poi Chernobyl e ora Falluja. Incontro le persone di quei luoghi e raccolgo le testimonianze dalla loro viva voce. Mi ci immergo, sto in apnea, poi risalgo in superficie e applico il mio modo di fare e di intendere il teatro, produco informazioni narrative, lo racconto. Là dove i luoghi non posso attraversarli fisicamente li attraverso con l’immaginazione, il teatro per questo è un buon viatico. L’occasione di “andare” a Falluja si è palesata qualche anno fa e mi è stata proposta da Simona Torretta e da Francesco Niccolini. A novembre 2006 siamo stati ad Amman, in Giordania, non potendo entrare in Iraq, abbiamo incontrato una serie di profughi e rifugiati iracheni, anche fallujani, che ci hanno raccontato le loro esperienze di guerra e di soprusi. Nel 2008 al Festival Vicino Lontano ho debuttato nello spettacolo “Canto per Falluja” prodotto dal CSS di Udine. Oggi sento la necessità di provare a dare una continuità a questo racconto perché la disumana e aberrante storia di Falluja non sia dimenticata, per recitarla ancora, come una preghiera laica, per denunciarla e farla passare di bocca in bocca. Francesco Niccolini ha fatto una riscrittura del testo per me in versione monologo. Simona Torretta ci accompagna in questo viaggio, in mezzo ai mali che ci stanno devastando: la disinformazione, la sopraffazione e l’indifferenza, per cercare di capire insieme, nel rito antico del teatro, se in fondo al buio c’è uno spiraglio di luce.
Roberta Biagiarelli
 
FALLUJA
di Francesco Niccolini
con Roberta Biagiarelli
regia Sandro Fabiani
collaborazione di Simona Torretta
assistenza tecnica Giovanni Garbo
elaborazione videofondali Associazione Lithos19
organizzazione Isabella Pedrazzi
una produzione Babelia & C.

il testo di Falluja è una riscrittura in forma di monologo di Canto per Fallujah prodotto nel 2008 da Associazione Un ponte per... e da CSS – Udine.