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Il Poema dei monti naviganti

un’idea di Roberta Biagiarelli
dal libro La leggenda dei monti naviganti
di Paolo Rumiz
Edito da Giangiacomo Feltrinelli Editore

con Roberta BiagiarelliSandro Fabiani 
regia Alessandro Marinuzzi
consulenza drammaturgica Francesco Niccolini
scene e costumi Manuela Gasperoni
musiche Mario Mariani 
luci Giovanni Garbo

produzione Regione Piemonte, Associazione Inteatro e BABELIA&C.
con il sostegno di UNCEM, Unione Nazionale delle Comunità e degli Enti Montani
un ringraziamento a CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, La Corte Ospitale di Rubiera (RE) e Echidna - FILI, Salzano (VE)
 
Con La leggenda dei monti naviganti Paolo Rumiz ha vinto la prima edizione del premio GrinzaneMontagna, il Premio Stresa Narrativa 2007, il Premio Chatwin 2007 sezione "Viaggi di Carta" e il Premio Città di Vigevano 2007
 
ANTEPRIMA 5 agosto 2007, Festival FILI – Salzano (PD)  
PRIMA NAZIONALE 19 LUGLIO 2008 FORTE DI VINADIO (CN) - IN REPLICA IL 20 LUGLIO AL FORTE DI EXILLES

foto di Sandro Mengoni
IL VIAGGIO
Questo libro racconta la più lunga traversata italiana: ottomila chilometri, la stessa distanza che c’è dall’Atlantico alla Cina. Spiega in dettaglio che cosa succede dentro l’Arca, la montagna di casa nostra, metaforica zattera con a bordo una ciurma di piccoli grandi eroi della resistenza dei territori.
Ero partito per fuggire dal mondo, e invece ho finito per trovare un mondo: a sorpresa, il viaggio è diventato epifania di un’Italia vitale e segreta. Ne ho scritto con rabbia e meraviglia. Meraviglia per la fiabesca bellezza del paesaggio umano e naturale; rabbia per il potere che lo ignora.
Come ogni vascello nel mare grosso, la montagna può essere un insopportabile incubatoio di faide, invidie e chiusure. Ma può anche essere il perfetto luogo rifugio di uomini straordinari, gente capace di opporsi all’insensata monocultura del mondo contemporaneo.
Contro questi “giardinieri di Dio” si sono accaniti in tanti: il fascismo, l’assistenzialismo dc, il monopolismo  berlusconiano, l’arroganza della giovane sinistra, la grande distribuzione e persino gli alti prelati.
Il risultato è che la montagna – pur essendo la spina dorsale fisica del paese – è totalmente scomparsa, guarda caso con la Resistenza, dalla politica e persino dall’immaginario nazionale.
Sia le Alpi che gli Appennini restano mondi subalterni, privi di autostima e di rappresentazione politica.
Oggi, a viaggio finito, so che dietro ogni alluvione, dietro ogni siccità, dietro ogni emergenza climatica, non vi è solo l’effetto serra, ma anche la guerra sistematica del potere contro le periferie più vitali, quelle capaci di tenere vivo il territorio e di impedirne la devastazione finale.
Lontano dai luoghi della finzione e del frastuono, ho attraversato a volte una soglia invisibile e scoperto luoghi dello spirito: eremi, fonti, santuari, boschi millenari, a volte semplici toponimi. Soprattutto piccole valli, orientate come antenne paraboliche verso un silenzio planetario.

Paolo Rumiz
ISTANTANEA
Quando il cordone ombelicale della bambina si staccherà mettilo per otto giorni appoggiato su una pianta di biancospino, esponilo alle intemperie, lascialo seccare e chiudilo in un pezzo di carta, poi avvolgilo in un panno di lino e riponilo in un cassetto. La bambina da grande avrà fortuna, viaggerà e potrà fare un lavoro legato alle parole…”
Potrebbe essere l’inizio di una fiaba e invece queste sono le mie radici. Questa usanza è legata al mondo delle tradizioni contadine dei miei nonni. Mia madre, quando il mio ombelico cadde, ha diligentemente eseguito tutta l’operazione. Non so se è per via del destino del mio ombelico, fatto sta che viaggiare ho viaggiato, da piccola dicevo che voleva fare la giornalista e sono finita a fare l’attrice. Con Paolo Rumiz ci siamo incontrati su strade balcaniche, e il mio il mio Appennino assomiglia molto ai Balcani. Sono una donna dell’Appennino d’oriente, una montanara di mare per dirla con Rumiz. Il libro La leggenda dei monti naviganti e i mondi esplorati da Rumiz mi sono subito piaciuto, mi sono sentita appartenere a quel popolo di giardinieri rimasti a bordo dell’arca. La sua scrittura è stata l’apertura di uno scrigno, lo svelarsi si una materia di lavoro che risuona, l’occasione di approfondire uno sguardo.
Ci sono mestieri che si somigliano, vivono ed echeggiano per affinità, si alimentano a distanza arricchendosi reciprocamente. Mi piace pensare che un giornalista scrittore quale è Paolo Rumiz fatica, suda, mangia polvere, macina chilometri, osserva, annota per poi depositare la scrittura nelle pagine di un libro: la vita, le persone incontrate, le storie raccolte. A noi attori spetta il compito e il piacere di staccare le parole dalle pagine di carta per restituire loro gambe, corpi, voci, fisionomie specifiche.
Se il vizio di Rumiz è quello di imparare a memoria carte geografiche, noi attori abbiamo la pretesa di farle parlare, nell’ostinata intenzione di salvare questa nazione dalla morte dei luoghi, per riuscire a raccontare con stupore e meraviglia ciò che una volta trovato resta prezioso e perdura.
Roberta Biagiarelli
 
 

foto di Sandro Mengoni

NOTE DI REGIA

Il Poema dei Monti Naviganti nasce da una bella intuizione di Roberta Biagiarelli che ho subito condiviso: il meraviglioso, attento, curioso e intenso percorso fisico e verbale dei viaggi, degli incontri, delle osservazioni, degli articoli e del libro di Paolo Rumiz poteva ancora trovare altre, ulteriori e prospettiche dimensioni, quella del racconto orale e quella di una sintesi scenica che ricreasse, davanti agli spettatori e nelle parole e nei corpi vivi degli attori, quelle migliaia e migliaia di chilometri di paesaggio popolato di figure, compiuti ed elaborati nella parola scritta, da celebrarsi ora come in un grande e giocoso poema epico dei nostri giorni.

In scena due attori, Roberta Biagiarelli e Sandro Fabiani, raccontano, interpretano e interagiscono, rappresentando due diversi approcci, almeno in partenza e a volte in alternanza a seconda delle circostanze: coinvolgimento e presa di distanza sdoppiano il personaggio originale dello scrittore e giornalista, trasformandolo per una parte in una scrittrice e giornalista ideatrice del viaggio e per l'altra in un fotografo, "imbarcato" nell'avventura, due atteggiamenti che come luce e ombra creano o rivelano rilievi, contrasti o addolcimenti, rispetto alla natura del paesaggio di montagna, alle strade esaltate dalle curve, e agli incontri, alle modalità e alle aspettative.

Da quando ho cominciato, ho sempre visto il lavoro del regista come quello di colui che traccia delle mappe più o meno segrete, più o meno invisibili nello spazio della scena.
Mi piace ritrovare ancor di più e svelare in questa occasione questa mia propensione a costruire o ricostruire dei percorsi da abitare e attraversare, quasi fossero delle cacce al tesoro visive e sonore da organizzare prima di tutto per gli attori e con gli altri collaboratori artistici durante le prove, e per gli spettatori una volta che i "Monti Naviganti" cominceranno a muoversi.

Alessandro Marinuzzi, giugno 2008



DOVE FARE LO SPETTACOLO

Ci auguriamo che questi racconti “clandestini” possano trovare casa nei teatri, ma vanno bene anche baite, rifugi, eremi, greti dei fiumi, mulini, chiostri, sorgenti, boschi, ampie case, verande, focolari e se proprio non avete nulla di tutto questo, potrebbe essere anche un masso roccioso, non troppo scosceso possibilmente...